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Torino fuorilegge

Analizzare la storia del capoluogo piemontese dal punto di vista del mondo della criminalità ci offre, grazie alle numerose fonti archivistiche, una traccia dell’evoluzione di Torino durante il periodo risorgimentale. Ad inizio Ottocento la malavita torinese era del tutto simile a quella di altre realtà agricole: furti da strada, borseggio e truffe comparivano tra i reati più comuni. I fatti di sangue erano sporadici, più diffusi risultavano i fenomeni di vagabondaggio e mendicità. Il brigantaggio e le rapine avvenivano soprattutto nelle campagne intorno alla capitale del regno fino a lambirne i confini.

Nell’arco di cinquant’anni Torino subì un boom demografico che la vide passare da 84.000 a 136.000 abitanti con effetti devastanti sugli strati più poveri della popolazione. Si vennero a creare sacche di povertà in determinate zone della città, tra le quali il quartiere del Moschino, e il crimine si spostò dalle campagne al centro urbano con un netto aumento degli omicidi. Negli anni Sessanta dell’Ottocento il tasso annuo dei delitti a Torino era maggiore rispetto a città più moderne quali Londra e Parigi.

Lo sviluppo della tecnologia portò poi ad un aumento delle effrazioni e dei furti con scasso, celebre in questo contesto la figura del “Cit ëd Vanchija”, abile scassinatore sfuggito alla polizia. Negli stessi anni si intensificò la produzione di romanzi e resoconti giudiziari: il delitto era diventato un argomento di cui parlare e su cui dibattere. Questa settimana scopriamo il volto criminale della Torino risorgimentale su Rivista Savej!