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Paesaggi della viticoltura contadina in Piemonte

Se le dolci colline delle Langhe ricoperte dagli ordinati filari di vite sono entrate nell’immaginario piemontese comune i paesaggi della viticoltura contadina sono invece più difficili da distinguere, confusi nelle maglie dell’urbanizzazione, frammentati e a volte invisibili perché non riusciamo più a distinguerne i segni. Sono un patrimonio vivente perché non rappresentano solo un pezzo della nostra storia, ma anche un serbatoio di tecniche e conoscenze per un futuro concretamente più sostenibile. Palizzate in legno, piloni in pietra, alberi isolati nelle campagne e versanti montani coperti da pergolati pensili sono i paesaggi da riscoprire vicino a noi. Ma perché questa differenza da zona a zona in Piemonte?

Nel 1850 la nomina di Camillo Benso a Ministro dell’Agricoltura del Regno di Sardegna porta a un epocale rinnovamento che condurrà a un’agricoltura capitalistica concentrata maggiormente nelle zone di Langhe, Roero e Monferrato. Nelle vallate alpine la viticoltura persiste ma dall’Ottocento è vittima di una frammentazione dovuta a diversi fattori tra cui la difficoltà ad adeguarsi alle innovazioni risorgimentali, le dinamiche di spopolamento dopo i conflitti mondiali, il modificarsi dell’economia vinicola nel contesto del mercato globale. Nel 1990 le province di Torino, Novara e Vercelli registrano il più alto calo di superficie vitata e di aziende ed è proprio in queste aree che i vigneti “resistenti” esprimono oggi una forte identità legata al sapere contadino: conoscenze, manualità e pratiche tradizionali altrove cancellate.

Riscopriamo i paesaggi di margine della viticoltura e alcune delle pratiche contadine più antiche questa settimana su Rivista Savej!