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Luigi Ambrosini, una vita tra giornalismo e letteratura

Era la notte del 10 dicembre 1929 quando un giornalista torinese, validissimo collaboratore de La Stampa, morì a soli quarantasei anni lasciando moglie e figlio: il suo nome era Luigi Ambrosini. Una morte prematura causata dalla setticemia che non venne annunciata neanche con un rigo di cordoglio nel quotidiano a cui tanto si era dedicato. Un silenzio soprattutto politico visto che tre anni prima Ambrosini, dichiaratamente anti-fascista, era stato processato per le sue dure critiche all’operato di Mussolini. Dopo il processo al giornalista torinese fu proibito di circolare liberamente in Piemonte e il segretario della federazione fascista di Torino stabilì “l’obbligo morale” per ogni fascista di schiaffeggiare il giornalista dovunque lo si incontrasse.

Allievo di Carducci, dal quale assimilò il suo spirito libertario e rivoluzionario, Ambrosini studiò all’Università di Bologna negli stessi anni di Renato Serra con cui strinse una grande amicizia e iniziò la sua carriera giornalistica a La Voce occupandosi di letteratura, pedagogia, politica e critica. Convinto sostenitore di Giolitti nel 1910 inizia a collaborare con La Stampa anche come inviato estero. Da queste esperienze scriverà uno dei suoi libri più famosi, Racconti di guerra, contenente le sue esperienze di combattente-giornalista e le sue corrispondenze dal maggio 1915 al novembre 1916. Luigi Ambrosini si dedicò alla narrativa per giovani: Ringhi Tinghi fu il suo capolavoro in quest’ambito. Pubblicato nel 1908 con 83 illustrazioni del grande Attilio Mussino, il libro racconta la storia di un tigrotto accudito da un rinoceronte in una giungla sempre più occupata dall’uomo.
Ricordiamo la vita di un grande giornalista e scrittore piemontese questa settimana su Rivista Savej!