Primo Levi e il piemontese. La lingua de “La chiave a stella”. II°edizione

Nel 1978 Primo Levi pubblica La chiave a stella, in cui, attraverso la voce diretta del protagonista Tino Faussone, racconta la storia di un operaio specializzato che si reca in vari paesi per montare gru, ponti, strutture metalliche per impianti petroliferi. Levi trae ispirazione dalle esperienze e dalle persone incontrate durante le sue trasferte come chimico a Togliattigrad, per raccontare il lato umano del lavoro, la soddisfazione dell’uomo che trova nella propria professione realizzazione e arricchimento.

Tino Faussone è un personaggio vivo e vibrante di passione; contribuisce a questo effetto la lingua che Levi mette in bocca al protagonista: un italiano costruito come strutture, lessico e locuzioni sul piemontese, una lingua piuttosto strana che rende allegre e soffuse di ironia le sue storie.

Nel suo libro Primo Levi e il piemontese. La lingua de “La chiave a stella” Bruno Villata va proprio alla ricerca di tutti quei fenomeni quali prestiti, calchi semantici, interferenze e altri, che Primo Levi ha inserito nella sua opera come testimonianza del massiccio cambio linguistico dal dialetto alla lingua ufficiale, avvenuto in Italia a metà Novecento.

A quarant’anni esatti dalla pubblicazione di quella che è considerata l’opera più ottimista di Primo Levi, Fondazione Enrico Eandi sceglie di omaggiare uno dei più grandi scrittori piemontesi, pubblicando la seconda edizione del saggio di Bruno Villata. Dall’attenta analisi della lingua di Faussone emerge quella che per Primo Levi è una vera e propria dichiarazione d’amore verso il suo dialetto, come avrà infatti modo di spiegare su La Stampa il 13 luglio 1986 “Amo questo dialetto…è il mio, quello della mia infanzia, che mio padre usava con mia madre e mia madre con i bottegai”.

Il volume è disponibile anche come e-book nei formati Epub e Mobi.

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